domenica 22 giugno 2014

Cronache marziane

Non è mai facile scrivere la recensione di un grande classico, soprattutto se parliamo di un maestro della fantascienza come Ray Bradbury, e in genere preferisco evitarlo. Non potevo però esimermi dal commentare un capolavoro assoluto del genere, che anzi lo trascende portando la fantascienza alla sua vera essenza allegorica.
Sì perché tutti i racconti contenuti in Cronache Marziane sono delle perle di letteratura e profonde visioni dentro l'animo umano. Bradbury costruisce una vera e propria epopea che vede il genere umano protagonista assoluto, con tutte le sue speranze, le sue illusioni, le sue aberrazioni, la sua debolezza e la sua grandezza.
In questo romanzo gli appassionati troveranno distillati di vera fantascienza ma chi non ha mai masticato il genere potrà vedervi qualcosa di ancora più illuminante: profondi moniti all'uomo moderno, che della conquista del suo Marte ha fatto un'esigenza, avendo dimenticato di conquistare la propria coscienza.

Scritto tra il 1946 e il 1950 Cronache Marziane è il resoconto della colonizzazione di Marte da parte dei terrestri: un racconto ricco di inventiva e di situazioni capaci di scolpirsi nell'immaginario di generazioni di scrittori e di lettori. Per la prima volta in queste pagine Bradbury riesce genialmente a superare i limiti della letteratura di genere, ritrovando l'universalità simbolica della fiaba. Opera originalissima conserva ancora oggi una profondità, un equilibrio e una vitalità straordinarie.

Titolo: Cronache marziane
Autore: Ray Bradbury
Prezzo: € 9,00
Pagine: 322
Editore: Mondadori

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Cadrà dolce la pioggia e si diffonderà il profumo della terra, 
le rondini voleranno in cerchio stridendo; 
canteranno le rane negli stagni a notte alta, 
e i pruni selvatici biancheggeranno tremuli; 
i pettirossi si vestiranno di penne di fuoco, 
fischiando le loro ariette sugli steccati; 
e nessuno saprà della guerra, nessuno 
si curerà infine quando tutto sarà compiuto, 
né albero, né uccello 
farà caso all'umanità morente; 
e la stessa primavera, quando si leva all'alba 
appena s'accorgerà che ce ne siamo andati.

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