giovedì 14 novembre 2013

Il secolo degli scrittori

Quando ho cominciato a scrivere, più di 15 anni fa, se qualcuno scopriva questa mia passione la salutava con un: "bello, e cosa scrivi, romanzi?"
Forse era una domanda retorica, di cortesia, ma comunque un interessamento che giù, in un angolo privato del cuore, mi faceva sentire orgoglioso, unico.
Io e quel mio piccolo talento.
©lelita8 - deviantART
Sì, piccolo, senza troppe pretese, ma grande abbastanza da essere più di un hobby. Tutti possono collezionare francobolli, per scrivere libri invece serve un dono, anche se piccolo.
In questi 15 anni però sono cambiate diverse cose.
Oggi, infatti, quando mi capita di confessare a qualcuno che scrivo, la risposta più probabile che ottengo è: "anche il fidanzato di mia cugina ha scritto un libro" oppure "mio zio ha pubblicato una raccolta di poesie".
Oggi tutti scrivono.
Cosa ha prodotto questo esercito di scrittori? Vi confesso che non lo so. Forse, in tempi di crisi, carta e penna restano un passatempo economico, oppure nell'era di internet e della globalizzazione tutti colgono lo spiraglio per un barlume di notorietà. O semplicemente nell'età della comunicazione devi trovare un tuo modo di comunicare per esistere.
Di certo però, se questo è il secolo degli scrittori, resta il fatto che per leggere un buon libro bisogna fare un salto nel secolo scorso. Perché dagli autori di oggi è più facile attendersi mostruosità di grammatica e sintassi, banalità di trame rifatte.
Nel secolo degli scrittori è diventato un mestiere difficile quello del lettore.
E anche scrivere non è più la stessa cosa. Forse sarebbe meglio collezionare francobolli.


2 commenti:

  1. Ciao Michel, questo è un post che condivido in parte.
    Già negli anni '80 Milan Kundera parlava di grafomania nel suo L'arte del romanzo, di conseguenza non credo che il fenomeno sia circoscritto all'era della comunicazione, anche se in larga misura il presente senza alcun dubbio.
    Io credo che il problema sia duplice (In Italia anche triplice):
    1- Da sempre nella nostra scuola dell'obbligo si è insegnato a "leggere, scrivere e far di conto", fornendo a ogni alunno le basi per fissare in forma scritta i propri pensieri. Non si insegnava disegno artistico o musica. Ecco perché c'è molto più rispetto e una sorta di soggezione per l'arte pittorica o per la musica rispetto alle letteratura (confusa oggi con qualsiasi parola scritta su un pezzo di carta o su un documento elettronico).
    2- Dalla metà degli anni '50 in poi hanno cominciato a svanire i giudizi critici e di valore nei confronti delle opere letterarie. I cosiddetti cultural studies, gli studi di genere e quelli post coloniali hanno dapprima ampliato il panorama per poi affermare che tutto è uguale a tutto (muovendosi non su basi letterarie o artistiche, ma sociali), che i generi non esistono, che non bisogna leggere opere appartenenti a maschi bianchi europei e morti altrimenti si commette l'ennesimo torto nei confronti dei popoli (e del sesso) che hanno conosciuto secoli di oppressione. A questo gioco hanno partecipato la stragrande maggior parte delle grandi case editrici spacciando carne per pesce e per di più oggi in Italia la critica è a dir poco di nicchia e quasi irreperibile se non tramite riviste o in rete.
    3- Siamo un paese che legge poco, pochissimo, eppure tutti scrivono. Questo è il paradosso. Un bel modo per porre fine alla grafomania sarebbe quello di tassare chi scrive più di una pagina per ogni cinquanta che legge.
    La mia è chiaramente una provocazione, ma sarebbe bello entrare in libreria senza tapparsi gli occhi per l'orrore dopo aver sbirciato la vetrina, e chi lo sa, magari anche le stesse librerie se la passerebbero meglio di come se la passano adesso (deve essere umiliante vivere spacciando ogni giorno per dei capolavori i libri di cucina, gli scritti degli sportivi o quelli dei personaggi usciti dal piccolo schermo).
    Non condivido quanto dici sugli scrittori di questo secolo, perché anche se non molti (e spesso al di fuori dai nostri confini), ci sono romanzieri che meritano molta attenzione e che sono totalmente, o quasi, snobbati dalla nostra industria culturale che li mette in secondo o terzo piano. Negli ultimi anni ho letto molti scrittori di lingua castigliana, e in quest'ambito le sorprese non sono mancate: Bolano, Volpi, Padilla, Villoro, Cercas, Vila-Matas, Gamboa, Neuman, Marias. Scritri eccezionali nati negli anni cinquanta, sessanta o settanta.
    Tuttavia condivido purtroppo la tua delusione di fondo.
    Un saluto

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    1. Ciao Nicola,
      naturalmente la mia considerazione sugli autori del nostro secolo era una comoda generalizzazione; condivido anch'io l'idea che qualcuno si salvi, ma sta di fatto che ai tempi in cui il romanzo vedeva i suoi splendori era più difficile trovare in libreria testi di veline e calciatori...
      Forse è vero, il fenomeno non è circoscritto all'oggi, ma quella sensazione di cui parlo nel post l'ho davvero vissuta sulla mia pelle, e credo che, se i tempi moderni non lo circoscrivono, quanto meno lo amplificano.
      I tre punti con cui poi lo analizzi sono ineccepibili!
      Un saluto

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