venerdì 30 agosto 2013

Il prezzo del sapere



Non voglio tenervi sulle spine, ve lo dico subito: 896,00 €*, se frequenti le scuole medie.
Se poi vuoi andare anche alle superiori devi aggiungere 728,60 €*
La conseguenza è che l'82% delle famiglie italiane avrà grosse difficoltà ad acquistare i libri di testo per i ragazzi.
Ma la scuola non è aperta a tutti?
L'istruzione inferiore (quella impartita per almeno otto anni) non è obbligatoria e gratuita?
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, non hanno forse diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi?
La Repubblica non rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze?
Sì, dovrebbe essere così visto che ho appena usato parole non mie ma dell'Art. 34 della Costituzione Italiana.
Dunque cosa sta succedendo?
La risposta è semplice ed è legata alla famosa crisi solo marginalmente: abbiamo smesso di guardare al bene futuro a vantaggio del profitto presente.
Il bene di tutti e il profitto di pochi, naturalmente...

 *fonte Federconsumatori

sabato 10 agosto 2013

Venghino signori, venghino!

Quella che vi propongo oggi è più di una recensione, è una vera e propria critica all'editoria moderna.
Lo spunto parte dal romanzo vincitore del Premio Bancarella, Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. Le parole sono di Pippo Russo, saggista e giornalista che scrive per l’Unità, il Messaggero, Il Riformista, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica-Palermo.
Ecco riportato integralmente il suo articolo: Ti prego, lasciati mandare al macero, pubblicato il 3 agosto dall’Unità

Quale significato dobbiamo dare ai premi letterari nell’Italia di oggi? L’interrogativo è attuale più che mai dopo l’assegnazione del Premio Bancarella a “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli. Un articolo editoriale etichettato come narrativa e pubblicato dalla Newton Compton nella sua ormai consolidata linea di produzione rosa sciocching. Già la confezione è un preannuncio di cosa attende il lettore: un titolo da rivistina d’epoca pre-femminista, una foto con faccina femminile manierata da catalogo della Vestro, e la solita fascetta acchiappa-lettori che ha fatto della casa editrice romana la regina assoluta dell’Era Fascettista. In questo caso, la formula fasciante è particolarmente allusiva: “Se è un caso letterario ci sarà un perché”. E a dire il vero, il perché lo abbiamo trovato. Ma temiamo che sia diverso da quello indicato dall’autrice e dal suo editore fascettista. Questo libro è davvero un caso letterario perché ci dice in maniera inequivocabile quale sia il livello toccato dall’industria editoriale italiana. Premi letterari compresi, che di quell’industria sono ormai stracca appendice.

La storia non merita soverchia attenzione, perché oltre a essere scritta in modo imbarazzante è d’una banalità ai limiti dell’insulto. Il canovaccio è il seguente. Lui e lei sono colleghi di lavoro e avrebbero tutti i motivi per detestarsi, e in effetti si detestano da anni. Lui è il rampollo di una famiglia britannica di sangue blu con tanto di parenti appassionati di caccia, lei figlia d’una famiglia commoner impegnata in ogni possibile causa sociale e per di più vegetariana con qualche punta di veganesimo. Stereotipi della più grossolana fattura, ma fosse solo questo. Fra i due poco a poco scoppia l’amore e vince ogni ostacolo, senza che nell’intreccio venga risparmiato al povero lettore il quasi-naufragio della storia. Tutto come da Manuale del Romanzetto Rosa. Le vicende si svolgono in una Londra della quale viene menzionata soltanto qualche fermata della metropolitana. Avrebbe potuto ugualmente essere Parigi, o Sondrio, o Joppolo Giancaxio. Nessuno avrebbe notato la differenza. Ma ciò che davvero fa di questo prodotto librario un “caso letterario” è lo stile. Al quale, per ammissione dell’autrice allegata alla pagina dei ringraziamenti, ha contribuito Alessandra Penna, celebrata editor della Newton Compton. E questa è davvero una chiamata di correità.

Il libro ha un incipit desolante: “Ce la posso fare, ce la posso fare, ce la devo fare! Ma poi commetto un errore: guardo l’orologio. Oddio, non ce la posso fare…”. Non sembra il blog di una ragazzina di seconda media? È solo l’inizio. L’autrice utilizza delle similitudini imbarazzanti: “aspra come una mora colta molto prematuramente” (pagina 11); “il tono è mutato all’istante ed è diventato freddo come il Polo Nord” (pagina 13); “Lo sguardo che gli rivolgo potrebbe gelare i pinguini del Polo Sud” (pagina 87; e evidentemente l’autrice teneva a rispettare la par condicio fra i due Poli); fino al banalissimo “il tono è tagliente come una lama” (pagina 73). Quest’ultimo passaggio cita un luogo comune fra i più abusati. E su questo piano Premoli è davvero un caso letterario, perché saccheggia la lista delle formule stereotipe lasciandone inutilizzate non più di tre o quattro. Nelle pagine del libro trovate infatti: “bianco come un lenzuolo” (pagina 15); “abbiamo bevuto come spugne” (pagina 18); “non avevo mai fatto male a una mosca” (pagina 24); “si sciolgono come neve al sole” (pagina 31); “puntuale come un orologio svizzero” (pagina 33); “come pesci fuor d’acqua” (pagina 47); “silenzio funereo” (pagina 52); “Mi vergogno come una ladra” (pagina 53); “tesa/o come una corda di violino” (pagine 54 e 71); “ci guardiamo in cagnesco” (pagina 56); “via il dente via il dolore” (pagina 103); “tacco vertiginoso” (pagine 105 e 110); “l’occasione servita su un piatto d’argento” (pagina 118); “Tra le braccia di Morfeo” (pagina 138); “Cosa bolle in pentola” (pagina 160); “dopo aver dormito tutta la notte come un ghiro” (pagina 174); “rossa come un peperone alla griglia” (pagina 229); “c’è del marcio in Danimarca” (pagina 229); “Non mi importa un fico secco” (pagina 242); “religioso silenzio” (pagina 289); “portare acqua al mio mulino” (pagina 290); “noi siamo due elefanti in cristalleria” (pagina 291). Un’altra caratteristica dell’autrice è la refrattarietà al punto di domanda. Ve ne riportiamo solo alcuni esempi, perché i frammenti sono davvero tanti: “E chi può saperlo” (pagina 121); “E io cosa ne so…” (pagina 175); “Cosa c’entra” e “Certo, come no” (entrambi a pagina 235) “Certo, come no” (ripetuto a pagina 241); “a chi vuoi darla a bere” (pagina 259). Ma ciò che davvero fa di “Ti prego lasciati odiare” un caso letterario sono gli strepitosi nonsense. Si parte da pagina 23 con “dopo un anno di lotte di quartiere”, che avrebbe dovuto essere “lotte senza quartiere”. A pagina 98 si legge un tragicomico “per forze di causa maggiore”.  Memorabile il frammento a pagina 224: “Al massimo sono inciampata per sbaglio”. E già, perché di norma s’inciampa di proposito. Soprattutto, a pagina 227 c’è un ossimoro che potrebbe essere studiato nelle scuole d’italianistica: “azzardo prudentemente”.

Non ci fa mancare davvero nulla, Premoli. Non la frase che esprime altissima grazia femminile (“Ecco perché trovarmi improvvisamente cullata come una cosa preziosa mi riduce a una polpetta”, pagina 212), né il refuso che prende la forma dell’agghiacciante errore/orrore d’ortografia (“c’è l’ha”, pagina 286). A pagina 118 c’è un frammento che meglio di tutti esprime la poetica di Premoli: “Paiono passare lunghissimi minuti di silenzio assordante, il che è un controsenso, lo so, ma cosa ci posso fare?”. Ma l’apice si tocca a pagina 163, quando alla protagonista tocca salire in sella a un cavallo dal nome particolare: “è una femmina di nome Luna, e spero che sia davvero l’opposto del pianeta che ricorda”. Dunque secondo Anna Premoli la Luna sarebbe un pianeta. La sua editor, che l’ha invitata a rileggere il libro “soppesando ogni singola parola” (pagina 316) non ci trova nulla da ridire. E i giurati del Bancarella, anziché suggerire all’autrice di tornare alle elementari, la premiano. Questo è fuor d’ogni dubbio un caso letterario. E sarebbe bene che se ne parlasse parecchio. 
©Pippo Russo 

domenica 4 agosto 2013

L'esordio in numeri

Navigando (virtualmente) si fanno strani incontri. Sono incappato in un ritaglio di giornale (Repubblica di non so quando ma recente) in cui si parlava di autori esordienti ed editoria.
Mi ha colpito particolarmente questo riassunto in numeri:

Proviamo un po' ad approfondire questi dati.
10000 non sono solo i libri pubblicati, ma anche le case editrici italiane (poco meno a dire il vero, ma se approssimiamo per eccesso di qualche centinaia ecco che ci siamo).
Già questo mi fa pensare che il giornalista abbia fatto una stima ottimistica. Un libro all'anno per casa editrice? Ma stiamo scherzando?
E poi il self-pubblishing dove lo mettiamo?
Io un dato ufficiale non ce l'ho ma così, se proprio devo azzardare, credo che in Italia esca una nuova opera ogni 10 minuti...
5000 euro. Qui dicono che è un anticipo. Vi sfido a trovare un esordiente che abbia visto questa cifra (o anche una sua frazione): sarà più difficile dello scovare il famoso ago nel pagliaio.
Impresa più semplice invece trovarne di quelli che l'hanno spesa quella cifra. Per pubblicare, ovviamente! Non ci credete? Leggete qui!
5%. Questo mi pare un valore sensato. C'è anche chi te ne offre di più, 10 o 20%, tanto delle spese di stampa sono rientrati con quello che li hai pagati e non avranno ulteriori spese di distribuzione, i libri te li dovrai vendere da solo!
50000. Non avendo mai conosciuto nessuno che possa avvalorare o confutare questo numero, posso solo fidarmi e farne l'obbiettivo da raggiungere per la mia prossima pubblicazione. Mi darete una mano?