mercoledì 12 giugno 2013

Tre domande a...
FRANCESCO BARBI

Nel risvolto di copertina del suo Il burattinaio è scritto: "Francesco Barbi è nato a Pisa nel 1975. Laureato in Scienze Fisiche, è insegnante di matematica e fisica nella scuola superiore."
Nel 2007 L'acchiapparatti di Tilos pubblicato da Campanila ha riscosso un tale consenso di pubblico da attirare l'attenzione di un editore del calibro di Dalai.
Da allora, grazie al successo di L'acchiapparatti, Francesco Barbi è diventato una rivelazione del Low Fantasy italiano.

Con L'acchiapparatti sei riuscito nel grande salto che molti esordienti sognano, il passaggio da un piccolo a un grande editore: cos'hai guadagnato e cos'hai perso?
Ho guadagnato un numero prezioso di lettori e ho perso un po' d'ingenuità.

I tuoi personaggi sono molto vivi e caratterizzati. Quali sono le tue regole per creare un buon personaggio?

Non ho regole precise e molto dipende dal ruolo che il personaggio rivestirà all'interno della storia. Di solito è il personaggio stesso che mi si presenta (specie se destinato a far parte della schiera dei protagonisti), durante le sessioni di brain-storming finalizzate allo sviluppo della trama o quando meno me lo aspetto. Io cerco di osservarlo, visualizzarlo, definirlo almeno in quei tratti distintivi che hanno catturato la mia attenzione e fatto scattare in me la voglia di scoprirlo, di averci a che fare. Scelgo con attenzione un nome che mi convinca (se non ne ha già uno), inizio a pensare-fantasticare e a prendere qualche appunto sul suo background, sul suo modo di parlare, sulla sua indole, sui suoi conflitti e desideri (annotazioni che non cesserò di rimpinguare fino a fine stesura e oltre)... D'altronde spesso ho bisogno di conoscerlo almeno un po' prima di farlo entrare in scena.
A quel punto, in fase di stesura, sono pronto per calarmi nei suoi panni: ho sufficienti informazioni sul suo conto perché lui possa guidarmi, indicarmi le sue scelte, le sue reazioni alle situazioni in cui lo pongo. Definisco in maniera precisa certi aspetti che lo riguardano soltanto man mano che si mostrano nella storia e non mi preoccupo affatto di descriverlo o di dare informazioni su di lui che non siano funzionali; cerco al tempo stesso di lasciarlo fluttuante, insaturo durante la stesura, libero di sbozzarsi, di agire, in modo che possa sempre sorprendermi. Credo infatti che non incatenarlo nelle esigenze di una trama preconfezionata e rispettarlo in quei tratti distintivi, in quei caratteri che sento suoi, siano direttive molto proficue per la generazione di un personaggio verosimile, "vivo" e in grado di evolvere. Dare vita a un personaggio è un po' come scolpire un volto: perché emerga ben delineato, vivido e tridimensionale, si dovrebbero rispettare e assecondare le venature della pietra, seguire e non tentare di correggere i segni sfuggiti allo scalpello, in una continua modifica e ricostruzione della propria immagine mentale.

Infine, in fase di revisione, quando ormai siamo diventati vecchi amici, torno a spulciare tutti gli appunti e a ritoccare tutti i dettagli e, nel caso, a inserire qualche pennellata che reputo proficua, se non essenziale, per la sua caratterizzazione.

La professione sulla tua carta d'identità adesso è "scrittore"?
Devo rifare la mia carta d'identità proprio in questi giorni (me lo dico da qualche mese, a essere sinceri). Sempre che mi chiedano la professione, mi pare che sulla C.I. elettronica non compaia più, risponderò insegnante. Alla prossima occasione, se ciò che scrivo mi garantirà l'equivalente di un piccolo stipendio e in linea teorica sarò libero di scegliere se lasciare o meno l'insegnamento, ci penserò.


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