lunedì 17 dicembre 2012

Paradosso social(e)

"Connection" - Piercarlo Carella - 2006
Mi collego al mio account twitter e in 140 caratteri dico la mia sull'ultima boutade del Silvio nazionale.
Poi accedo a Facebook e condivido un articolo sui maglioni in plastica riciclata.
Aggiorno un evento su G+, pubblico una foto con Instagram, ricevo un invito su Linkedin e scrivo un nuovo articolo per il mio blog.
In tre parole: esisto in rete.
La rete, il luogo dove si può dire tutto, dove ognuno a diritto di parola, dove anche il concetto di privacy sfuma nella smania di comunicare, di condividere, di esserci. La rete, il grande portale verso il mondo, il grande occhio che spia le nostre vite.
Ma davvero ci osserva con tanto interesse? E chi ci osserva?
Sicuramente non chi vorremmo.
Ci sforziamo di scrivere, esprimere, comunicare i nostri pensieri, la nostra identità di esseri umani.
Ma nessuno ci ascolta.
Perché tutti sono impegnati a scrivere, esprimere, comunicare i loro pensieri, la loro identità di esseri umani.
La rete è un fiume in piena, tutti ci prodighiamo a imboccarla di minestroni mediatici e pappette di autoreferenziali ovvietà. E, mentre il fiume lambisce pericolosamente gli argini, son ben pochi coloro che si abbeverano alle sue fonti, se non per seguire da pecore ammaestrate sagaci pifferai.
La rete è un'illusione di libertà, un paradosso di incomunicabilità.