martedì 13 dicembre 2011

Nell'arena

Riapro gli occhi.
Il sudore pesa sulle palpebre, scende in rivoli densi fino al mento. Sento il pugno vibrare ancora del colpo.
Il pubblico grida, esagitato pronuncia parole che non comprendo. Faccio un passo avanti, uno a destra. Barcollo, come scrollandomi di dosso la fatica, ma resto in piedi.
Mi volto.
Lui è là, la sua schiena massiccia graffiata e arsa, le ginocchia piegate al suolo, la mano a stringere la terra per mantenere un precario equilibrio.
La folla intorno a me continua a sgolarsi: "Trace, trace" urlano per incitarmi ad agire. Io non so neppure dov'è la Tracia.
Cammino lentamente e trascinando il piede ferito disegno una lieve striscia rossa sull'argilla. Nulla in confronto al sangue che sgorga dal suo fianco.
Mentre mi avvicino il suo respiro affannoso si fa sempre più chiaro alle mie orecchie, nonostante i tumulti che assordano l'arena.
Con un calcio allontano il suo gladio senza che lui tenti la minima reazione. È la sua resa e la mia vittoria. 
Appoggio l'ansa della mia spada intorno al suo collo e gli strappo l'elmo alzandolo per sancire il mio trionfo: vivrò un giorno di più in questa fiera di belve.
Gli spettatori sono in subbuglio: "Trace, trace" gridano i più. "Morte, morte" invocano altri, protendendo verso di me un pugno col pollice verso.
Li ignoro e sollevo la mia arma per salutare chi mi sostiene. Ma nel coro di voci la parola "morte" dilaga velocemente e anche i miei tifosi protendono sempre più quel pollice verso, chiedendo la vita del mio avversario.
Io tentenno, li guardo attonito, non capisco: cosa spinge questa folla a chiedere la morte di un gladiatore?
Il mirmillone mi rivolge a stento poche parole, senza neppure voltarsi: "Ho ucciso mia moglie e il suo amante, che era mio fratello."
La platea ora è un'unica voce: "Morte, morte, morte!"
"È ciò che merito." insiste il mio avversario.
Forse è vero, forse lo merita. Ma non è questa la maniera di giudicare un uomo. Punto la mia spada alla sua gola e lo aggiro in modo da poterlo guardare negli occhi: sono cupi e vuoti d'ogni speranza.
Anche i miei probabilmente sono uguali: "Io non sono un assassino e loro non sono una giuria."
Lui alza per un attimo lo sguardo: "Ma non capisci, per loro siamo uguali. Se non lo farai tu chiederanno a me di finirti."
"E tu non esiterai perché lo hai già fatto. Ma il mio sangue innocente più che la tua mano macchierà le loro coscienze."
Raccolgo il suo gladio e glielo porgo, tra le proteste rabbiose del pubblico: "Adesso alzati e mettiamo fine a questo spettacolo."




È diffusissima la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per giudizio della folla.
Secondo gli storici però questo è falso: probabilmente il pubblico esprimeva il suo gradimento, e forse anche la volontà di vita e di morte; ma era estremamente raro che un gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e mantenere.

Ai giorni nostri poco è cambiato: il pubblico continua a esprimere la volontà di vita e di morte...




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