martedì 20 dicembre 2011

2011

Chi è quest'uomo? Perché il suo volto è coperto?
Forse è un bandito e ci sta derubando.
Forse è un prigioniero legato e imbavagliato.
Forse è un diverso e si sta nascondendo.
Forse è un eroe appena tornato.
O forse è tutte queste cose insieme.
E' un uomo così arrabbiato da rubare a colpi di bastone e sassate il diritto dei più ad una protesta civile. Ed è arrabbiato perché i potenti gli hanno tolto la parola, il futuro e la speranza. E questa privazione lo fa sentire diverso, di una diversità che intimamente provoca vergogna. Ma che è la stessa diversità che distingue gli eroi usciti vincitori dalle fiamme della rivoluzione.
Questo è l'uomo di cui parleranno i libri di storia dei nostri nipoti.
Questo è l'uomo dell'anno.

martedì 13 dicembre 2011

Nell'arena

Riapro gli occhi.
Il sudore pesa sulle palpebre, scende in rivoli densi fino al mento. Sento il pugno vibrare ancora del colpo.
Il pubblico grida, esagitato pronuncia parole che non comprendo. Faccio un passo avanti, uno a destra. Barcollo, come scrollandomi di dosso la fatica, ma resto in piedi.
Mi volto.
Lui è là, la sua schiena massiccia graffiata e arsa, le ginocchia piegate al suolo, la mano a stringere la terra per mantenere un precario equilibrio.
La folla intorno a me continua a sgolarsi: "Trace, trace" urlano per incitarmi ad agire. Io non so neppure dov'è la Tracia.
Cammino lentamente e trascinando il piede ferito disegno una lieve striscia rossa sull'argilla. Nulla in confronto al sangue che sgorga dal suo fianco.
Mentre mi avvicino il suo respiro affannoso si fa sempre più chiaro alle mie orecchie, nonostante i tumulti che assordano l'arena.
Con un calcio allontano il suo gladio senza che lui tenti la minima reazione. È la sua resa e la mia vittoria. 
Appoggio l'ansa della mia spada intorno al suo collo e gli strappo l'elmo alzandolo per sancire il mio trionfo: vivrò un giorno di più in questa fiera di belve.
Gli spettatori sono in subbuglio: "Trace, trace" gridano i più. "Morte, morte" invocano altri, protendendo verso di me un pugno col pollice verso.
Li ignoro e sollevo la mia arma per salutare chi mi sostiene. Ma nel coro di voci la parola "morte" dilaga velocemente e anche i miei tifosi protendono sempre più quel pollice verso, chiedendo la vita del mio avversario.
Io tentenno, li guardo attonito, non capisco: cosa spinge questa folla a chiedere la morte di un gladiatore?
Il mirmillone mi rivolge a stento poche parole, senza neppure voltarsi: "Ho ucciso mia moglie e il suo amante, che era mio fratello."
La platea ora è un'unica voce: "Morte, morte, morte!"
"È ciò che merito." insiste il mio avversario.
Forse è vero, forse lo merita. Ma non è questa la maniera di giudicare un uomo. Punto la mia spada alla sua gola e lo aggiro in modo da poterlo guardare negli occhi: sono cupi e vuoti d'ogni speranza.
Anche i miei probabilmente sono uguali: "Io non sono un assassino e loro non sono una giuria."
Lui alza per un attimo lo sguardo: "Ma non capisci, per loro siamo uguali. Se non lo farai tu chiederanno a me di finirti."
"E tu non esiterai perché lo hai già fatto. Ma il mio sangue innocente più che la tua mano macchierà le loro coscienze."
Raccolgo il suo gladio e glielo porgo, tra le proteste rabbiose del pubblico: "Adesso alzati e mettiamo fine a questo spettacolo."




È diffusissima la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per giudizio della folla.
Secondo gli storici però questo è falso: probabilmente il pubblico esprimeva il suo gradimento, e forse anche la volontà di vita e di morte; ma era estremamente raro che un gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e mantenere.

Ai giorni nostri poco è cambiato: il pubblico continua a esprimere la volontà di vita e di morte...




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mercoledì 7 dicembre 2011

Tempo di lotta

Tutto è già stato detto.
Tutto è già stato scritto.
Tutti parlano, tutti scrivono.
Dunque, chi sono io per arrogarmi il diritto di aggiungere altri graffi d'inchiostro su queste pagine già troppo nere?
Nessuno, naturalmente...
Perché lo faccio comunque? Per lo stesso motivo che spinge tutti gli altri: perché c'è crisi.

Crisi: dal greco κρίσις, -εως, ἡ [krisis] (s. f.): decisione, distinzione, giudizio, separazione, sentenza.

È in momenti come questi che si cambia la storia, quando ogni cittadino si trova davanti a una decisione: accettare o lottare.
Possiamo accettare senza distinzione tutto quello che ci viene proposto (o imposto), a capo chino e in silenzio, da persone umili e consapevoli dei propri limiti, o piuttosto da pigri abitanti della vita.
Oppure possiamo urlare, sbraitare, scarabocchiare proteste, arringhe e giudizi. Qualcuno chiama anche questo "lotta", anche se assomiglia al burlesco grido del pastore, un inutile "al lupo, al lupo".
La linea che separa saggezza e saccenteria è molto sottile: l'una propone soluzioni, l'altra sputa solo sentenze. E troppi ormai si limitano alla seconda spacciandocela per la prima.
Ma se il tempo della lotta armata è finito da un pezzo, così anche quello della lotta urlata è tramontato.
È giunto il tempo della lotta saggia.

Ne saremo degni?
...forse no... Ma val la pena tentare...